Le Torbiere di Nydam

La penisola dello Jutland, in Danimarca, non è famosa solo per l’omonima battaglia del 1916 tra la Royal Navy britannica e la Kaiserliche Marine tedesca. Lo è anche per le torbiere di Nydam ed il tesoro che esse e a lungo hanno custodito, ritrovato solo nel 1863 dall’archeologo Conrad Engelhardt nell’Øster Sottrup, un villaggio dello Sundeved danese facente parte della penisola dello Jutland. Cosa venne perduto e poi ritrovato nelle torbiere di Nydam Moose di Øster Sottrup? Per scoprirlo serve fare un salto di ben diciassette secoli – uno starnuto temporale non da poco – fatti tutti a ritroso e con una sonora dose di intraprendenza, per arrivare ad analizzare quello che, nel III secolo D.C. venne celebrato e dato in pasto al fondale di un lago divenuto nei secoli una torbiera, un ambiente paludoso e anossico, ricco di componenti vegetali ed acqua capaci di inibire i processi di degradamento dei materiali. Ma un po’ di mistero al momento non guasta; siate generosi e concedete a questo vecchio arciere il piacere della premessa e di una spiegazione approfondita.

Su, avete già cominciato ad intrecciare la corda del vostro arco? Bene, allora cominciamo e occhio ai nodi; siate precisi.

Nel Medioevo lo Jutland era una regione giuridicamente indipendente e dotata di leggi proprie, sotto la sovranità del regno di Danimarca. La regione dello Jutland prese il nome dagli Iuti, una popolazione della penisola, citati persino da Beda il Venerabile (673-735) insieme agli Angli, stabilitisi nel quinto secolo in Inghilterra. La regione era abitata per la maggior parte dai danesi, salvo che nella porzione ovest dello Jutland meridionale e negli arcipelaghi lungo la costa dove, a partire dall’età vichinga, si era insediata la ridotta popolazione dei Frisoni. Il territorio a nord del confine attuale tra Danimarca e Germania, disabitato o scarsamente popolato, venne solo in un secondo momento colonizzato dai Sassoni nel corso del Duecento.

In un binomio congiunto di usi e costumi del passato misti alla lungimiranza dell’archeologo Conrad Engelhardt venne dato alla luce un ritrovamento capace non solo di omaggiare ma anche di esaltare le capacità artigianali e belliche dei popoli di quel tempo. Nel 1863 infatti, dopo ben quattro anni di scavi, dal sito di Øster Sottrup emersero le forme di tre imbarcazioni. La prima – ed integra galea – la egetræsbåden,ribattezzata poi la Barca di Nydamsi presentava lunga 23 metri ed appariva come un colosso in quercia largo 4 metri e dal peso stimato di oltre 3 tonnellate, considerata ad oggi la più antica imbarcazione a remi – quindici in tutto – conosciuta nel Nord Europa ed oggi esposta nel museo/castello di Gottorp, Schleswig-Holstein in Germania. Le altre due imbarcazioni tuttavia non ebbero la medesima sorte o un posto d’onore in un museo: una delle rimanenti era ormai distrutta mentre l’altra, in pino e lunga oltre 19 metri, fu per sommo dispiacere nostro e del nostro amico Conrad usata come combustibile dai soldati nel 1864 con l’avvento della seconda guerra dello Schleswig tra Germania e Danimarca, motivo per cui furono persino interrotte le ricerche, riprese solo centoventisei anni dopo, precisamente nel 1989. Dai recenti scavi ciò che venne scoperto contribuì e non poco a comprendere le tradizioni dei popoli del nord, rei di sacrificare le armi e gli equipaggiamenti dei nemici vinti in un segno ritualistico e celebrativo verso i propri dèi. Un omaggio che si credeva fortificasse lo spirito e fosse di buon auspicio e che di fatto andava ad ampliare il deposito votivo.

Ma non furono solo le tre navi a suscitare tutto l’interesse della scoperta: ciò che emerse dal sito archeologo fu sorprendente anche in campo arcieristico. Oltre a lance, scudi rotondi e spade, all’interno delle galee vennero infatti ritrovati quaranta tra archi integri (23) e parziali (17), molti dei quali costruiti in legno di tasso e datati tra il 100 ed il 350 D.C., dotati di una sezione a “D” alquanto simile ai celebri longbow usati solo qualche secolo più tardi. Gli archi rinvenuti mostravano una lunghezza variabile dai 1,60 e i 1,97 m e in alcuni casi ad una estremità era previsto un puntale di ferro o in corno appuntito, a sezione tronco-piramidale, probabilmente sfruttato per eventuali scontri ravvicinati (nello stile della baionetta francese) o per essere usato come una lancia vera e propria. In tutti era stata ricavata una tacca laterale obliqua per la corda sul flettente superiore, su quello inferiore la corda veniva forse fissata con un nodo. Il libbraggio stimato è stato ipotizzato tra i 30 e i 40 kg. Notevole il fatto che la parte esterna dei flettenti fosse stata costruita quasi interamente di alburno, materiale che richiedeva un’innovativa tecnica di lavorazione, capace di sfruttare le caratteristiche meccaniche di un legno – il tasso – che ad oggi è considerato tra i più adatti a sopportare gli sforzi di trazione e compressione dell’arma durante il caricamento.

Se vi state chiedendo se la egetræsbådenpuò essere considerata una drakkar la risposta è no; mancano le vele ed è previsto solo un ordine di remi; inoltre la prua non presenta le classiche incisioni tipiche delle famosissime navi vichinghe. Per quelle imbarcazioni dobbiamo attendere ben 5 secoli.

Archi e frecce rinvenuti nelle torbiere di Nydam Mose

Oltre agli archi, furono rinvenute diverse frecce delle quali 47 integre, in legno di frassino e pino. Quelle di frassino presentavano una densità di anelli di crescita compresa tra 2 e 7 mentre quelle di pino da 6 a 20 per centimetro. Mediamente erano lunghe tra i 75 e gli 80cm: la più lunga 85 cm mentre la più corta 63. Di forma barilata e assottigliata nella parte posteriore, il diametro rinvenuto si aggirava dagli 0,8 cm al centimetro intero, un indizio non da poco sulle capacità dei popoli di quel periodo, già ben capaci di formulare ipotesi ragionate sull’aerodinamica della freccia. Su nessuna era ancora attaccata la punta ma nello stesso sito ne sono state rinvenute numerose, sia di ferro che di osso. Alcune presentavano forme a foglia con innesto a gorbia mentre molte erano lunghe e a sezione quadrangolare, tutte a scopo palesemente bellico. In molte frecce erano presenti in prossimità dell’impennaggio o della punta dei segni e delle rune, probabilmente di stampo ritualistico, un vero e proprio omaggio alle divinità. Per quanto concerne l’impennaggio, pare venisse usato catrame di betulla mentre la cocca erano a sezione U o V. Elementi che di fatto avvalorano di per sé una notevole abilità in un settore che troverà solo qualche secolo dopo il suo culmine massimo. Una tecnica, quella nordica e solo successivamente vichinga, che indubbimente ha contribuito a gettare le basi per un futuro radioso, capace di giungere a noi come una freccia scagliata da un arciere alquanto speciale: il tempo.

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